QUAL’È IL DIGIUNO CHE PIACE A DIO
Sarebbe bello che le nostre giornate fossero tutte lineari, facciamo quello che vogliamo e lì siamo tutti contenti. Il problema è che ascoltando i nostri desideri spesso ci troviamo a fare non quello che il nostro cuore desidera ma quello che si è abituati a desiderare.
Prendiamo un’esperienza: nel tentativo di volerci bene tra marito e moglie gli uni gli altri, perché ogni tanto questo bene mi arriva addosso come qualcosa di fastidioso? Questo accade perché noi vogliamo bene a nostro modo, amiamo l’altro/a a volte nei modi che piacciono a noi e spesso l’altro/a dice: “a me questo crea fatica”. Quando ci accorgiamo che non basta andare dove ci porta il cuore dobbiamo fermarci, guardare bene il nostro cuore e decidere che cosa tenere e da quale parte il nostro cuore sa digiunare.
Questo è il digiuno della mia volontà. Ecco, prendo qualche racconto Biblico. Il primo racconto Biblico è quello di un uomo e una donna che ad un certo punto si sono trovati nella situazione di dover digiunare dalla propria volontà, si son dovuti fermare un attimo, raccogliere tutte le energie e fare qualcosa che non era scontato fare. La prima figura si chiama Ester, è una donna che nella Bibbia diventa regina. C’è una giovane donna ebrea in esilio insieme al suo popolo in Babilonia; si ritrova a diventare la regina di corte, la regina vera viene destituita per un “no” che dice.
C’è un concorso di bellezza dove le ragazze vengono preparate per essere elette, viene scelta proprio Ester; ad un certo punto un personaggio cattivo che si chiama Aman decide di sterminare tutto il popolo ebreo, convince il re che firma il decreto. A questo punto arriva dalla zio di Ester un biglietto dove sta scritto: “cara la mia Ester, tu adesso stai lì a corte, sei la moglie del re, mentre noi rischiamo di morire tutti” e la invita ad andare dal re per evitare questo sterminio. C’è un problema: nessuno può andare dal re se non era convocato altrimenti rischiava la morte; ecco, Ester si trova a dover prendere una decisione: o far finta di non essersi accorta che c’è un problema che la riguarda, oppure rischiare di andare dal re con il rischio di morire e perdere tutto.
Ecco, questo è un episodio grande, di una dinamica che viviamo tutti molto spesso; quando la realtà ci interpella e ci chiede per un mondo migliore dovresti fermarti a fare questa cosa: sono infinite le occasioni che abbiamo tutti noi per continuare a fare quello che vogliamo fare oppure lasciarci dire dalla realtà “attenzione: ci sarebbe una cosa più grande che potresti fare”… Per questo abbiamo tutti la vocazione perché tutti noi siamo dentro alla realtà e la realtà spesso ci dice: “ci sarebbe l’occasione di costruire il Regno di Dio facendo questa cosa”….ecc… noi possiamo far finta di niente pensando che non tocca a noi, (magari nella vita l’abbiamo fatto tante volte), far finta che la realtà non ci stia interpellando, oppure facciamo come ha fatto Ester, si mette in digiuno e poi va dal re. Al termine di quel digiuno Ester dice così: “ora vado dal re e se devo morire, morirò”; è quello che noi diciamo alla fine della preghiera quando diciamo “amen, amen”, vuol dire “sia fatta la Tua e non la mia volontà”. La preghiera non è dire al Signore quello che deve fare, ma la vera preghiera è chiedere a Dio: “togli la paura e coinvolgimi di più nella realtà”. Questa è la preghiera che Dio attende dai Suoi figli, non tanto di far finire le guerre ma di far finire la paura dentro di noi e comprometterci nella storia. Infatti l’episodio ha un finale lieto, Ester salva il suo popolo; questa è la stessa cosa che vive Gesù, è molto più emblematico, ma è molto simile a quella di Ester. Cosa sta succedendo a Gesù? Gesù deve salvare il mondo, ma umanamente ha paura di farlo, suda sangue, dice: “Padre, passi da Me questo calice, però sia fatta la Tua Volontà, non la Mia”. Noi ci siamo abituati a sentire queste parole nel “Padre nostro” “sia fatta la Tua Volontà”. In Mc. notiamo che i discepoli scoprono questa preghiera di Gesù nel Getsemani (leggiamo Mc.), Lo sentono piangere, soffrire e dire: “Padre, sia fatta la Tua Volontà, non la Mia”. Ecco perché ai primi cristiani il “Padre nostro” veniva dato dopo un lungo tirocinio; il “Padre nostro” è una preghiera seria! Spesso lo insegniamo ai bambini come fosse una filastrocca, invece è l’espressione più grande della nostra capacità di digiunare dall’egoismo, dall’abitudine di pensare prima a noi stessi e poi magari anche agli altri. Il “Padre nostro” è una preghiera che ogni volta che la diciamo dovremmo fermarci a meditare e a credere a quello che stiamo dicendo! Si dice che quando S. Francesco diceva il “Padre nostro” a metà si fermava; infatti nell’Eucarestia, il Sacerdote introduce la preghiera del “Padre nostro” dicendo: “osiamo dire”; osiamo digiunare dalla nostra volontà, è per quello che poi andiamo a prendere il Corpo di Cristo, al Quale diciamo: “io non sono capace di amare come dovrei amare, aiutami Tu a farlo”. È per questo che senza la S. Messa non potremmo vivere, è come se dicessimo al Signore di prendere la nostra volontà e metterci dentro alla Sua. Dentro ad un combattimento spirituale noi possiamo comprendere bene le parole della Scrittura di Sir.5,2: “non seguire il tuo istinto e la tua forza assecondando le passioni del tuo cuore”. Oppure Gesù quando diceva: “ad un certo punto sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, le seduzioni della ricchezza e tutte le altre passioni, soffocano la Parola e questa rimane senza frutto”. O ancora S. Paolo ai Gal. dice: “quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri” (Gal.5,24) o ancora: “fare morire ciò che appartiene alla terra, impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi, cupidigia che è idolatria” (Col.3,5). Insomma, la nostra volontà, il nostro desiderio è una facoltà stupenda, è quella che ci rende uomini/donne a immagine di Dio, tuttavia questo navigatore ogni tanto impazzisce, anzi, spesso impazzisce.
Dobbiamo renderci conto di questo meccanismo, è questo che la Tradizione chiama “peccato”, è che il nostro cuore, il nostro centro vitale è ammalato; parte bene, scala le montagne e poi si ferma alla prima difficoltà. Quindi, se noi rimaniamo troppo appiattiti sui nostri desideri finiamo con il fare sempre e solo le stesse cose; in fondo è questo il motivo per cui non siamo ancora diventati santi pienamente! Santi lo siamo già perché siamo amati da Dio, ma perché non lo siamo in quel modo bello di vivere che vediamo nei Santi? Perché siamo ancora troppo attaccati a noi stessi, alle cose che ci sembrano giuste, sacrosante, a quei principi, quei puntini che mettiamo sempre sulle “i” e che ci rendono pesanti, in genere sulla vita degli altri. Fate un bel sondaggio; chiedete alla vostra cerchia di persone e dite: “sono un po’ pesante?” e vedrete che la gente segna “si” con la testa e poi prendete appunti chiedendo: “dimmi quando, come e perché”. Cioè, a fin di bene noi facciamo tutto il male del mondo, purtroppo! Quindi o ci rendiamo conto di questo e cerchiamo di togliere alcune abitudini, alcuni modi di fare, oppure dopo ci sarà il Purgatorio in cui avremo modo di purificarci, però se lo facciamo prima forse sarebbe meglio! Leggiamo ora questo testo tratto dalla Lettera agli Ebrei che rilegge ciò che Gesù ha vissuto nel Getsemani quando ha fatto la Volontà di Dio piuttosto che la Sua: “Cristo, nei giorni della Sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti sofferenze e lacrime a Colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la Sua pietà” (Eb.5,7). L’autore della Lettera agli Ebrei dice che Cristo, nella Sua vita, ha offerto a Dio le Sue preghiere e lacrime: questo in riferimento al Getsemani ma anche sulla croce.
A chi gridava Gesù? Al Padre Suo che poteva esaudirLo, poteva liberarLo da morte e “fu esaudito per la Sua pietà”. Qui verrebbe da chiedersi: ma come esaudisce le preghiere Dio, perché Gesù poi è morto, non è stato liberato dalla morte! Ora cerchiamo di capire in che modo Dio avrebbe, quel giorno del Getsemani, esaudito la preghiera di Gesù, perché se non capiamo questa cosa non capiamo nemmeno perché per noi è difficile pregare nei momenti difficili della vita; perché noi siamo tutti affaticati nella perseveranza della preghiera? Perché la preghiera poi ti fa fare i conti con Dio che ti risponde in modalità molto diversa da quello che ti aspettavi, cioè per noi la preghiera funziona bene finché noi chiediamo a Dio una grazia e Lui ce la fa, ma quando Gli chiediamo di liberarci da una morte che ci sta accadendo, da una croce che ci è pesante, e Lui non fa niente, a noi la voglia di pregare ci passa oppure ci sentiamo in colpa perché non stiamo pregando bene o perché non abbiamo molti meriti davanti a Dio; per ciò che abbiamo fatto o non fatto probabilmente non ci esaudisce nella nostra richiesta. In che modo Gesù è stato esaudito? Il Padre mentre Gesù gemeva, piangeva, non è che se la passava divertendosi, no, soffriva e partecipava alla passione del Figlio, era partecipe come un padre e come partecipa un padre a tutto questo? Con il cuore ma non deve far niente, non deve impedire a Suo Figlio di fare quello che ha deciso di fare, salvare il mondo! Per questo Dio rimane in silenzio e non fa nulla mente Gesù gridava e diceva: “no, non ce la faccio”, il Padre vede il Figlio Suo che ce la stava facendo; infatti Gesù salirà sulla croce e salverà il mondo e noi se siamo qui è perché Gesù non è scappato da quel dolore, perché ha accettato di fare qualcosa che era fuori dallo spazio della Sua Volontà ma dentro una Volontà più bella e più grande. Quindi non l’ha salvato dalla morte, ma l’ha salvato nella morte e nella morte Gli ha dato la possibilità di diventare causa di salvezza Eterna per tutti! E perché è diventato Salvatore del mondo? Perché ci ha mostrato che anche noi possiamo fare la Volontà di Dio passando i nostri Getsemani; anche noi possiamo fare della nostra vita un dono anche se ci viene paura ad un certo punto. Spesso noi non ci vediamo più un dono per gli altri perché non ci vediamo più né belli né bravi, né capaci…allora siamo tutti tentati di rimanere fermi, dietro una soglia.
Dopo aver detto: “non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti, né sacrifici per il peccato”, cose tutte che vengono dalla Legge, dice: “ecco, Io vengo, o Padre, per fare la Tua Volontà” (Eb.10, 6-7). Con ciò Egli abolisce il primo sacrificio per farne uno nuovo, ed è appunto per quella Volontà che siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del Corpo di Gesù fatta una volta per sempre. Gesù è venuto a cambiare i culti antichi perché di solito i sacerdoti offrivano degli animali, degli oggetti che non erano se stessi; Cristo ha offerto Se stesso ed è per questo che è il nuovo ed eterno Sacerdote, ed è per questo che noi cristiani battezzati siamo tutti Sacerdoti, quindi la strada per diventare anche noi capaci di donare quello che siamo è aperta! Basta ad un certo punto rinnegare la nostra volontà che ci direbbe “torna indietro, non ti conviene”. In tutte le vocazioni trovi persone che ti gridano: “non andare avanti, non ti conviene” e la maggior parte delle persone è tentata proprio di fare così perché ci sembra difficile e allora ci scoraggiamo nell’amore perché secondo la nostra ragione questo non ha senso. Il nostro cuore ha il desiderio di donarsi, noi scriviamo la nostra e-mail di conferma ma poi non clicchiamo mai e la nostra risposta non parte mai. Possiamo dire il nostro “fiat” se rinneghiamo la nostra volontà; allora, per convincerci di questo, prendiamo la storia di Abramo. Ad Abramo succedono tante cose strane, la più strana è questa: dopo una vita passando di luogo in luogo seguendo una voce misteriosa che gli dice: “vattene dalla tua terra”…fai questo…” ecc.. riesce ad avere un figlio in età anziana, un miracolo. Una volta avuto questo figlio, Dio glielo chiede (Gen.22); Abramo si sveglia un mattino e ha il sospetto che non sia Dio a chiedergli di portare suo figlio sul monte per sacrificarlo, perché Dio non gli dice “portalo sul monte a sacrificarlo”, ma gli dice “prendi tuo figlio e fallo salire sul monte”. Ecco, Abramo non capisce se è Dio che gli sta togliendo il figlio oppure se è lui. Ecco, questo è il modo ordinario in cui Dio modella la nostra santità; non ci dice mai “devi morire”, ci dice soltanto di non avere paura di fare dei passi in avanti; noi abbiamo il sospetto che ci venga tolto qualcosa; Dio non toglie mai niente, Dio è Colui che aggiunge proprio per natura, Lui è il Creatore solo che noi abbiamo questa paura. Dio non toglie mai la gioia ai Suoi figli se non per dargliene una ancora più grande, ma ci sono dei passaggi nella nostra vita dove noi ci arrocchiamo perché ci sembra che stia accadendo il contrario. Quando veniamo presi da una malattia o abbiamo qualche delusione, ecc… questi sono momenti terribili che ci viene da chiuderci nella tristezza e nel dolore, ci sembra di non riuscire a fare più niente. Abramo prende suo figlio e nonostante gli sembra di non capire più niente, si impegna a fare quello che Dio le sembra le chieda e sul monte succede una cosa bellissima; Abramo è convinto che quel figlio vada restituito a Dio, allunga il coltello per uccidere il figlio; in quel momento una voce gli dice: “non devi uccidere tuo figlio ma il capretto impegnato nel cespuglio”. Ecco, questo incubo si è risolto; la cosa grande è che Dio gli dice: “ora so che non hai risparmiato tuo figlio ma lo avresti dato”. Ora questa frase la applica S. Paolo nella Lettera ai Romani quando dice: “Dio non ha risparmiato Suo Figlio ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?” (Rom.8,32). Allora, cosa sto dicendovi? Vi dico che Abramo era diventato padre di una persona ma Dio lo ha ricompensato facendolo diventare il padre di tutti; Abramo era tentato di chiudersi lì in quel piccolo dono che Dio gli ha dato, un po’ come capita a chi si sposa, prendi quei due figli che Dio ti ha dato come se fossero tutta la tua vita e tu vivi per loro….ma poi devi lasciarli! Tutti dobbiamo lasciare le cose che Dio ci dona per riceverne di più grandi; noi tendiamo a stare attaccati alla prima cosa bella che ci è capitata. Allora, uscire dalla nostra volontà significa abbracciare desideri e volontà più grandi, più belle.
Noi crediamo solo che al nostro desiderio non possiamo rinunciare perché è l’unica bussola che abbiamo per seguire Dio, per fare cose grandi che Lui ci chiede di fare; pregare e digiunare dalla nostra volontà significa però imparare umilmente a coltivare il nostro desiderio, ma quello che viene dal cuore di Dio, bisogna potarlo imparando a renderci conto quando il nostro desiderio si fermerebbe troppo presto e ci impedirebbe di fare cose più grandi e più belle ed è da lì che esplode la felicità, quella felicità che non godiamo solo noi ma che godiamo insieme agli altri.
Allora capiamo che dobbiamo mettere tra parentesi i nostri desideri per fare il dono di noi stessi secondo la Volontà di Dio perché tu pensi che sia un diritto tuo di vivere i tuoi desideri ma spesso capita che seguendo i nostri desideri ci troviamo a fare non quello che il nostro cuore desidera ma quello che sei abituato a desiderare che non è la Volontà di Dio per te.